lunedì 31 ottobre 2011

Il "centenario" di ROCCHI!


Non solo la Lazio ha vinto, ma è arrivato anche il goal numero 100 di Tommaso Rocchi con la maglia biancoceleste. A fine partita il diretto interessato è intervenuto ai microfoni di Sky Sport 24 per confessare le sue emozioni e parlare anche delle ambizioni stagionali della squadra di Reja.

"Dedico il goal ai miei figli, che sono la cosa più importante per me. Era da un po' che avevo conservata questa maglia, ma è arrivato oggi e sono molto contento. Adesso mi rendo conto di quello che ho fatto per questa squadra. Quando ho fatto goal non ci credevo, anche perchè oggi speravo di giocare ed invece sono entrato solamente a pochi minuti dalla fine. Ripeto, lo speravo da tanto, oggi è arrivato. Nelle scorse partite dove sono entrato ero in tensione: oggi non me lo aspettavo ed invece ci sono riuscito".

Poi Rocchi si è soffermato sulla prestazione complessiva della squadra: "La squadra ha vinto, sono contento: siamo un bel gruppo, tutti quanti sapevano quanto ci tenevo e mi sono venuti a festeggiare. Dove arriverà la Lazio? Continuiamo in questo modo, siamo in un'ottima posizione di classifica. Ma sarà fondamentale dare continuità per sperare in qualcosa di importante".

CAGLIARI-LAZIO 0-3


Quattro vittorie nelle ultime cinque partite, derby compreso, la Lazio tuona e va a meno uno dalla vetta. Lo zero a tre del Sant’Elia dimostra che per poter essere grandi, bisogna saper vincere partite come queste, dove la Lazio lascia da parte il bel gioco per affidarsi ad uno spietato cinismo. Lulic (che bel giocatore), il solito Klose e il redivivo Rocchi affondano un Cagliari che, al Sant’Elia, non riesce più a segnare.

FORMAZIONI - C’è Konko nella Lazio. Il terzino era in dubbio fino all’ultimo, ma alla fine sarà lui a completare l’inedita difesa con Diakitè, Dias e Radu. Cissè parte titolare, Rocchi va in panca. Cagliari in formazione tipo, ad eccezione di Ekdal, all’esordio in campionato, che prende il posto a centrocampo dello squalificato Conti.

PARTITA - Primo tempo che viaggia a ritmi a dir poco blandi, e con una fase di studio infinita, fino al minuto quaranta, ossia quando la Lazio decide di tirare in porta. In cinque minuti infatti, arriva prima la magia di Lulic, che dimostra di avere anche un piede niente male, e poi l’incornata del solito e implacabile Miro Klose, servito da un Cissè stasera in versione assist-man. Il 100% in fase realizzativa della Lazio vale quindi uno 0-2 spacca partita, e forse del tutto inaspettato, soprattutto per i ritmi bassissimi che aveva tenuto la squadra di Reja fino a quel momento. Dall’altra parte invece, c’è un Cagliari abulico e spuntato che vede in Ariaudo, vicino al goal dopo appena tre minuti, l’uomo più pericoloso in fase offensiva. Nel finale ci prova Naingollan a pescare il jolly da lontano, ma non basta, ed è francamente troppo poco, per bucare l’ex di turno Marchetti.

Chi si aspettava la riscossa del Cagliari nella ripresa è rimasto abbondantemente deluso. La Lazio non ha interesse ad attaccare ed abbassa ulteriormente il baricentro, il Cagliari rimane quasi sempre nella metà campo biancoceleste, ma non trova mai il guizzo che poteva riaprire la partita. Tuttavia, l’occasione capita sulla testa di Thiago Ribeiro, ma l’attaccante brasilano stasera, al pari del suo compagno di reparto Nenè, non è riuscito mai a essere concreto. L’ingresso del colombiano Ibarbo mette un po’ di vivacità lì davanti, ma Cossu ha la luce spenta e il Cagliari si limita semplicemente a collezionare calci d’angolo, che non portano mai a nulla di buono. Poi si supera il fatidico minuto quaranta, e allora per la Lazio è arrivato il momento di segnare. Entra Rocchi per Cissè e ci mette pochi minuti a fare tre su tre, ribattendo in rete uno suo stesso colpo di testa respinto miracolosamente da Agazzi. E’ la ciliegina sulla torta per la Lazio, che nonostante un gioco non proprio esaltante coglie tre punti col minimo sforzo.

CHICCA - Ce l’hanno tutti con Thiago Ribeiro. Inizia Ficcadenti a richiamarlo e sgridarlo, poi continua Cossu e subito dopo ricomincia il tecnico del Cagliari. La storia va avanti praticamente per tutto il primo tempo, e per il povero Thiago non c’è mai pace. In più alla mezz’ora della ripresa si mangia praticamente il goal dell’1-2, e chissà stavolta cosa gli avranno detto…

CHIAVE - Il cinismo della Lazio, da grande squadra. Uno due terrificante quello dei biancocelesti che, arrivando poco prima della fine del primo tempo, ha dato una mazzata decisiva al Cagliari. Del resto stasera, la squadra di Ficcadenti, non era proprio in vena di rimonte.

TATTICA - Stasera la tattica non l’ha di certo fatta da padrona. I classici inserimenti dei terzini, caratteristici delle due squadre, non si sono visti moltissimo, né tantomeno i movimenti dei due trequartisti, Hernanes e Cossu. La mossa giusta è quella di Reja: Lulic nel ruolo di mezz’ala sinistra.

MOVIOLA - Partita correttissima quella del Sant’Elia. Mazzoleni ha poco da lavorare, basta dare un’occhiata al taccuino del match…nessun ammonito.

PROMOSSI&BOCCIATI - Che sorpresa questo Lulic. La sua duttilità e la sua corsa sono le armi in più della Lazio, per non parlare del suo destro a giro che spacca la partita. Klose è il bomber per eccellenza: ha un’occasione e la mette dentro. Cissè non segna, ma sforna due assist. Hernanes in ombra, come del resto Cossu. Nenè e Thiago Ribeiro impalpabili.

domenica 30 ottobre 2011

Formazioni di Cagliari-Lazio


Ficcadenti deve rinunciare all’uomo-simbolo dei sardi, Daniele Conti. Capitan Rocchi potrebbe scalzare Cissè nelle gerarchie di Reja, Biava ko.

Niente ‘derby’ per Daniele Conti, fermato per un turno dal giudice sportivo. La squalifica del capitano rossoblu consegna una maglia da titolare ad Ekdal. Per il resto non si prevedono sorprese nell’undici titolare sardo, salvo il possibile impiego di Larrivey per Nenè in attacco e di Ibarbo per Thiago Ribeiro nello stesso reparto.

Reja deve fronteggiare il forfait di Biava (sospetta lesione ai flessori della coscia destra) ma ritrova Dias: possibile la conferma di Stankevicius nonostante l’erroraccio che ha propiziato il gol di Bergessio mercoledì scorso, l’alternativa è Diakitè. In mediana confermato Lulic nel ruolo di interno sinistro, Hernanes agirà alle spalle delle due punte, Klose ed uno fra Rocchi e Cissè.
CAGLIARI (4-3-1-2): Agazzi; Pisano, Canini, Ariaudo, Agostini; Biondini, Ekdal, Nainggolan; Cossu; Larrivey (Nenè), Thiago Ribeiro (Ibarbo).
LAZIO (4-3-1-2): Marchetti; Konko, Dias, Stankevicius (Diakitè), Radu; Brocchi, Ledesma, Lulic; Hernanes; Klose, Rocchi (Cissè).

sabato 29 ottobre 2011

28 Ottobre 1979, nel ricordo di Vincenzo


Mi chiamo Vincenzo Paparelli, e sono morto il 28 ottobre del 1979.
Forse qualcuno si ricorda ancora di me. Ero un uomo di trentatré anni che un giorno fu ucciso allo stadio Olimpico da un razzo a paracadute di tipo nautico sparato da un tifoso ultrà della Roma. Quando sono stato colpito stavo mangiando un panino con la frittata. Mia moglie Wanda cercò di estrarmi quel tubo di ferro dall'occhio sinistro, ma siccome il razzo bruciava ancora, finì per ustionarsi una mano. Il medico che mi ha prestato i primi soccorsi, dichiarò che nemmeno in guerra aveva visto una lesione così grave. Il giorno dopo tutti i giornali mostrarono una fotografia scattata qualche mese prima, che mi ritraeva in un ristorante insieme a mia moglie. Soltanto il quotidiano Il Tempo pubblicò l'immagine di me, riverso per terra, con la faccia insanguinata e l'orbita dell'occhio sinistro vuota. Sono stato la seconda vittima del tifo calcistico in Italia, la prima era un tifoso della Salernitana che nel 1963 morì in seguito a degli scontri scoppiati in tribuna con dei tifosi del Potenza. Tra le personalità del mondo sportivo il primo ad accorrere all'ospedale Santo Spirito, dove sono giunto ormai morto, è stato il Presidente del Coni Franco Carraro. Mio cognato quando ha sentito alla radio il mio nome ha pensato a un caso di omonimia. Mio fratello quando ha saputo della disgrazia, ha avuto un forte senso di colpa perché mi aveva prestato la tessera e quel giorno allo stadio al mio posto doveva esserci lui. Mia moglie, che era accanto a me nell'ambulanza, per tutto il tempo mi ha pregato di non morire e mi ha tenuto stretta la mano. Dopo aver sbrigato tutte le formalità in questura e aver ritirato i documenti e i miei oggetti personali, ha avuto una crisi e ha cominciato a urlare. Sulle foto apparse sui giornali i giorni seguenti è ritratta insieme a sua madre che cerca di consolarla e le tiene un braccio sulla spalla. Ha la faccia stanca e scavata, e nei suoi occhi c'è qualcosa di terribile. Il mio nome e quello de i miei familiari sono comparsi sui quotidiani per tutta la settimana dopo l’omicidio e anche quella successiva, ma sempre con minore risalto. Io sono stato definito unanimemente un uomo normale e tranquillo, con un'unica passione, quella per la Lazio. Alcuni quotidiani hanno sottolineato più volte che avevo un'officina meccanica in società con mio fratello e vivevo in una moderna borgata romana chiamata Mazzalupo. Qualcuno ha scritto che avevo comprato il televisore a colori con le cambiali, e il mio unico lusso era un Bmw di seconda mano che tenevo in garage e lucidavo come uno specchio. Dopo la mia morte, il capitano della Lazio Pino Wilson ha telefonato a mia moglie per porgerle le condoglianze. Anche il sindaco di Roma Petroselli ha telefonato, e si è offerto di pagare le spese del mio funerale e ha messo a disposizione della mia famiglia un assistente sociale. Il giocatore Lionello Manfredonia è andato a far visita ai miei familiari regalando a mio figlio più piccolo la sua maglietta con il numero cinque. Al mio funerale c'era tutta la squadra della Lazio, insieme all'allenatore Bob Lovati e al presidente Lenzini. I giocatori della Roma invece non hanno partecipato perché impegnati con la trasferta di Coppa Italia a Potenza, al loro posto la società ha inviato i ragazzi della Primavera. Alla cerimonia funebre hanno assistito migliaia di persone e per quel giorno è stato proclamato il lutto cittadino. La Fondazione Luciano Re Cecconi ha devoluto un milione in beneficenza alla mia famiglia. La giunta regionale del Lazio ha stanziato la somma di cinque milioni come segno di solidarietà. La Società Sportiva Roma ha fatto affiggere una targa in Curva Nord per ricordare la mia persona. Mio fratello Angelo ha proposto alle due società romane una partita Lazio-Roma mista cioè con i giocatori laziali e romanisti mescolati nelle due formazioni, ma alla fine non se n'è fatto niente. Per alcuni giorni sono stato oggetto di un acceso dibattito sulla violenza negli stadi. Il sindaco di Roma ha affermato che bisognava meditare su questa tragedia e discuterne in tutti i club sportivi e nelle scuole. Qualcuno ha proposto che fossero installati negli stadi degli impianti di televisione a circuito chiuso per individuare i tifosi violenti. Il capo degli arbitri, Giulio Campanati, ha chiesto l'abolizione della moviola in Tv. Per alcuni mesi sono state prese drastiche misure repressive: è stato proibito l'ingresso allo stadio di aste di bandiera, tamburi e persino di striscioni dai nomi bellicosi, e anche di spillette e toppe che potessero risultare offensive. Il pubblico doveva incitare la propria squadra solo con la voce e con le mani. Il mio nome è stato, a secondo dei casi, inneggiato e sbeffeggiato dai tifosi della Lazio e della Roma Sui muri della città ancora oggi campeggiano scritte che dicono «Paparelli, sarai vendicato», o «Paparelli non ti dimenticheremo», o anche «10, 100, 1000 Paparelli» o ancora, «Paparelli ti sei perso i tempi belli». In questi ultimi anni i giornali hanno parlato di me, soltanto all'indomani di un nuovo delitto avvenuto allo stadio. Nel 5° anniversario della mia scomparsa, i tifosi mi hanno ricordato prima di una partita con la Cremonese. Sul tartan, all'altezza della Tribuna Tevere hanno spiegato uno striscione con scritto «Vincenzo vive», mentre la curva intonava «28 ottobre Lutto Nazionale». Nel 10° anniversario è stato inaugurato il «Lazio Club Nuovo Monte Spaccato, Vincenzo Paparelli». L'anniversario della mia morte è stato commemorato dai tifosi laziali della Curva Nord per oltre quindici anni, poi da qualche tempo è calato il silenzio. Il torneo di calcio Vincenzo Paparelli è arrivato soltanto alla terza edizione, poi si è fermato per mancanza di finanziamenti. I lavori per le ristrutturazioni dello stadio Olimpico di «Italia '90» hanno cancellato per sempre le curve di un tempo, e con loro la targa di marmo che mi ricordava. Sul motore di ricerca Yahoo digitando il mio nome e cognome racchiudendolo tra virgolette, il risultato dice sempre «Ignored». Nell'archivio del quotidiano il Messaggero, risulta che l'ultima volta che sono stato nominato è il 5 febbraio del 1995, in occasione di un breve articolo sul mio assassino. Il mio assassino si chiamava Giovanni Fiorillo, aveva diciotto anni ed era un pittore edile disoccupato. Subito dopo l'omicidio ha fatto sparire le sue tracce e si è dato alla latitanza. Qualcuno diceva di averlo avvistato a Pescara, qualcun altro a Brescia, qualcun altro ancora a Frosinone, che chiedeva informazioni per comprare le sigarette. Dopo quattordici mesi di clandestinità, si è costituito. Nel 1987 è stato condannato in Cassazione per omicidio preterintenzionale: sei anni e dieci mesi a lui che aveva lanciato il razzo, quattro anni e sei mesi agli altri due complici che lo avevano aiutato a introdurre nello stadio l'ordigno e a utilizzarlo. Durante quel girovagare per l'Italia e per la Svizzera ha telefonato quasi tutti i giorni a mio fratello Angelo, chiedendo scusa e giurando che non voleva uccidere quel giorno allo stadio. Era un ragazzo come tanti, abitava a Piazza Vittorio, era patito della Roma. Sua madre lavorava al mercato, suo padre aggiustatore meccanico. Era gente del popolo, come me. L'articolo sul giornale diceva che Giovanni Fiorillo è morto il 24 marzo del 1993: forse per overdose, forse consumato da un brutto male. Mio fratello Angelo l'ha perdonato, così come l'hanno perdonato mia moglie e anche i miei figli. Una cosa è certa, quel ragazzo è stato sfortunato, così come lo sono stato io. Mi chiamavo Vincenzo Paparelli. Sono morto il 28 ottobre del 1979. Forse qualcuno si ricorda ancora di me.